DOLORE: NEMICO O ALLEATO?

IL CICLO DEL DOLORE

Il termine dolore racchiude in una parola tantissime accezioni, che solo i più fortunati hanno avuto l’onore di conoscere. Dalla definizione del vocabolario di lingua italiana, il dolore sembra essere una sensazione penosa, diffusa o localizzata, susseguente alla stimolazione di particolari ricettori sensitivi da parte di agenti di varia natura e intensità oppure, lo stesso, è descritto come stato di sofferenza spirituale provocata da realtà ineluttabile, che colpisce duramente il corso della vita.
Credo che, al di là della definizione classica, sia importante specificare anche altri aspetti del tema dolore. Personalmente ho avuto modo di venire a contatto con il dolore in tenera età a causa di una rara malattia ossea, per questo motivo mi sento sufficientemente esperta per dare qualche consiglio.
In 35 anni di stretta convivenza con la malattia e il dolore (o forse dovrei dire malattia-dolore?!) ho capito che nella mia vita spesso si verifica quello che io chiamo: il ciclo del dolore.

 

Il ciclo del dolore di Elisa

 

Disperazione è la prima fase con cui ci si scontra quando si scopre di avere un dolore persistente e resistente a molteplici terapie, ed è caratterizzata dal buio totale, dalla tristezza e dalla rabbia, espressa con “perché proprio a me?”.
Partecipazione passiva generalmente è conseguente alla disperazione ed esprime sentimenti quali la rassegnazione e la preoccupazione per il proprio futuro. In questa fase si è poco partecipi della propria vita e ci si sente in gabbia: è come se si fosse meri osservatori di se stessi.

 

Nella fase della partecipazione passiva, ci si sente come un pesce che dalla sua vaschetta vede il mare, ma non può raggiungerlo…

 

Finalmente dopo questa terribile fase di quasi apatia, si passa alla fase attiva: chiedere aiuto.

Si torna a essere vivi, a lottare per stare meglio e solo allora si chiede aiuto. Si comincia a coinvolgere i propri famigliari, i propri amici. Si inizia ad esternare tutte le emozioni negative che il dolore porta e si cerca conforto. Si cercano varie strade che portino al “non dolore”. Io ho provato a lavorare su me stessa tramite la meditazione e il controllo del respiro, strumento che è entrato a far parte di me e che esercito quotidianamente, quando sento che il dolore va fuori dal mio controllo. Inoltre, grazie all’appoggio della mia famiglia e degli amici più cari ho cercato di trovare attività di svago, che mi permettessero di deviare il pensiero dal dolore a qualcosa di piacevole.

Ho ripreso ad andare in piscina, anche con il dolore. Mi è capitato infatti di entrare in acqua con tanto dolore, provare a fare due bracciate e rendermi conto di stare meglio. Ciò mi ha aperto gli occhi su una credenza errata che avevo: quando si ha un dolore cronico, muoversi, non sempre peggiora la situazione!
Ho iniziato a non negarmi quando mi si proponeva un’uscita, nonostante il dolore facesse da padrone. Ciò mi ha fatto scoprire che una volta fuori dal “mio nido di dolore”, mi sento meglio perché la mia mente pensa ad altro. Ho capito quindi che a volte vale davvero la pena di forzarsi a socializzare, a patto che gli amici siano consapevoli del fatto che, se non ci si riesce, si debba tornare a casa presto.
Infine ho provato anche la terapia del dolore con discreto successo.

Un italiano su quattro infatti soffre di dolore cronico, ma non conosce la terapia del dolore. Il dolore cronico è regolamentato da una legge di Stato (38/2010), in cui vengono emesse delle disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Tale legge sancisce che le strutture sanitarie che eroghino cure palliative e terapie del dolore assicurino un programma di cura individuale per il malato e per la sua famiglia. Tutto ciò, tradotto in termini più semplici, significa che ciascuno di noi a fronte di un dolore cronico ha il diritto di andare dal proprio medico di base e richiedere una visita con un terapista del dolore. Quanto descritto è solo una parte di quel che si può fare per creare una rete di persone e di aiuti intorno a noi, che ci faccia sentire supportati.

 

Nel sostegno al dolore è fondamentale avere una rete di amicizie e professionisti che possa sostenere

 

Non importa come, ma l’obiettivo è migliorare la qualità della nostra vita. Se grazie alla nostra rete e a noi stessi iniziamo a stare meglio, accettare tutto quel che ci è capitato sarà automatico. Ci sentiamo finalmente sereni e non temiamo di fronteggiare ex novo un altro episodio di riacutizzazione del dolore, poiché ora siamo ricchi di strumenti che prima non sapevamo di possedere.

Ma sarà davvero così? Sicuri della nostra forza, alla prima ricaduta saremo davvero così bravi dal non farci prendere di nuovo dallo sconforto?

Visto che ci sono già passata, vi racconto cosa accadrà: ricomincerà il ciclo del dolore.

Al primo sintomo acuto, affronteremo baldanzosi la situazione provvedendo immediatamente ad allertare la nostra rete, a prendere il solito farmaco che funziona sempre e attenderemo fiduciosi qualche giorno. Trascorso il tempo in cui, secondo noi, il dolore acuto dovrebbe passare, se succederà, ne usciremo vittoriosi, ma, se ciò non dovesse accadere, inizieremo a farci prendere dalla paura e dalla preoccupazione. Aspetteremo ancora qualche giorno, senza giovamento, e con il dolore amplificato dall’ansia. Ed ecco che a pochi giorni dal nuovo esordio del dolore acuto, saremo di nuovo nella fase della disperazione con tanta rabbia e tristezza.

 

La disperazione, come nel quadro di Munch, è sempre in agguato in caso di ricaduta

 

Stavolta però abbiamo un vantaggio: sappiamo che questa fase passerà. Abbiamo infatti una rete su cui poggiarci e conosciamo già l’iter. Il risultato sarà che la fase di disperazione durerà molto meno della prima volta e passeremo direttamente alla richiesta di aiuto, senza passare dalla partecipazione passiva. Sappiamo che bisogna essere attivi per stare meglio e che sentimenti quali la rassegnazione e la tristezza non aiutano per nulla! Eccolo qui il vantaggio derivato dall’esperienza: trasformare l’accettazione in resilienza.

 

Resilienza: la vita che vince anche in condizioni estreme

 

Secondo il solito vocabolario della lingua italiana, la resilienza è la capacità che un individuo possiede nel reagire ad un evento drammatico della propria vita. Si dice che più si subiscono eventi traumatici, più si diventa resilienti, ma a mio avviso non è così: la resilienza richiede allenamento. Non si diventa resilienti automaticamente in seguito ad un evento drammatico! Si diventa resilienti se di natura si è ottimisti, se non si perde mai la speranza, se si tende a vedere che i momenti negativi sono momentanei e circoscritti. Occorre lavorare sul potenziale, portare tanta pazienza e non  cercare a tutti i costi una spiegazione nella riacutizzazione del dolore pur cercando sempre maggiore consapevolezza della propria situazione. Quindi se si lavora bene su stessi, col tempo e con l’esperienza si impara a gestire il ciclo del dolore con serenità.

 

Elisa Pratiffi

2 commenti su “DOLORE: NEMICO O ALLEATO?”

  1. LaVale dice:
    LaVale dice:
    Pubblicato il: Luglio 8, 2018 alle 5:00 pm

    Ely, un articolo molto chiaro
    Mi hai stupito ; come “scrittrice” non ti conoscevo.
    Complimenti.

  2. Ciro dice:
    Ciro dice:
    Pubblicato il: Luglio 8, 2018 alle 7:54 pm

    Elisa complimenti per l’articolo, sai scrivere divinamente. Un abbraccio

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